BENE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA DEL TESSILE MA DOPO?

QUESTA E’ LA DOMANDA CHE DOBBIAMO PORCI A FRONTE DELL’OBBLIGO DI RACCOLTA DIFFERENZIATA APPENA ENTRATO IN VIGORE.

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Con il d.lgs. 116/2020, l’Italia ha recepito la direttiva UE n. 851/2018 e modificato il Testo Unico dell’ambiente, stabilendo l’obbligo di raccolta differenziata del tessile da gennaio 2022, con anticipo rispetto al termine del 2025 dato a tutti i Paesi UE.

Ci siamo dunque! Eppure perché sembra che niente sia cambiato?

Perché è così; l’obbligo al momento non ha apportato alcuna novità di fatto: la raccolta degli indumenti post-consumo continua ad essere effettuata con le stesse modalità e dagli stessi attori.

Avete sicuramente presente i bidoni gialli o bianchi; questi sono gestiti da realtà profit e non-profit che effettuano la raccolta sulla base di un’autorizzazione comunale.

La raccolta degli indumenti usati non è dunque un servizio di raccolta rifiuti come gli altri: finora non è stato considerato un servizio sostenuto dalla spesa pubblica ma un business come altri.

Questo perché fino a quindici anni fa i capi usati avevano un maggior valore economico rispetto ad oggi: erano meno, di migliore qualità e c’erano Paesi in via di sviluppo pronti ad acquistarli senza limite.

L’avvento della fast-fashion ha fatto sì che da risorsa, i capi usati si trasformassero in un problema di difficile gestione.

L’aumento dei consumi ha portato a un inevitabile aumento dei rifiuti tessili, con la differenza, rispetto a qualche anno fa, che questi non sono più di buona qualità e i Paesi presso cui prima l’occidente esportava sono stracolmi dei nostri scarti e sono costretti a smaltirli come rifiuti senza avere le infrastrutture adeguate per farlo.

Pensate che la Commissione europea ha stimato che solo nel 2019 i Paesi UE hanno esportato 1.3 milioni di tonnellate di indumenti usati (https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC125110).

Il sistema di raccolta su base “volontaria” è messo quindi a dura prova dalla mole e dalla qualità dei capi che vengono raccolti: un valore inferiore dei capi significa meno profitto per gli enti di raccolta.

Cosa succede, infatti, dopo che dismettiamo i nostri capi usati negli appositi cassonetti?


 

Dopo la raccolta i capi vengono selezionati, viene effettuato lo scarto di quanto non più riutilizzabile, tolte le scarpe spaiate e gli oggetti che non avrebbero dovuto essere buttati nei cassonetti dedicati al tessile e create delle balle di diversi chili di indumenti.

Queste balle vengono poi vendute ad aziende selezionatrici (a volte sono le stesse realtà che raccolgono a svolgere questa attività) che esaminano manualmente i capi e li suddividono in base alla qualità: in questo modo gli indumenti sono divisi per categorie (crema, prima, seconda, terza scelta e così via).

Una volta effettuata questa operazione, i capi sono rivenduti all’ingrosso: naturalmente la crema e la prima scelta comprende i pezzi migliori con un costo maggiore al chilo e saranno destinati al mercato second-hand occidentale. Diversamente, più scende la qualità, più i capi non hanno mercato in occidente e quindi vengono esportati nei Paesi in via di sviluppo per essere lì rivenduti o smaltiti.

I capi di più bassa qualità sono anche destinati ad applicazioni quali imbottiture o isolanti, mentre una percentuale di circa il 20% viene comunque smaltita in discarica o inceneritore perché non più recuperabile.

Questo sistema vede la partecipazione di molti attori: la vendita avviene attraverso intermediari e agenti, ci possono essere diversi passaggi tra aziende selezionatrici e tra aziende – spesso situate nel sud-est asiatico – che provvedono a preparare i capi al riciclo (togliendo cerniere, bottoni etc).

Attenzione, l’iter è il medesimo sia che si tratti di enti profit che non-profit, con l’unica differenza che le non-profit devono destinare i ricavi delle vendite a progetti con impatto sociale.

Solo una parte ridottissima dei capi viene dato direttamente alle persone che hanno bisogno (niente di strano e malvagio ma necessario….approfondiremo).

Così, grazie alla raccolta di imprese e non-profit, si raccolgono ogni anno circa 150-160 mila tonnellate di indumenti usati.

Tuttavia, il fatto che finora non ci sia stato l’obbligo di raccolta differenziata, ha fatto sì che ogni comune potesse decidere autonomamente sulla raccolta, autorizzando o meno gli enti che ne facessero domanda.

Per questo motivo i bidoni bianchi/gialli non si trovano in ogni comune e ad ogni isolato.

Ciò comporta che molti capi vengono buttati nell’indifferenziata. Secondo i dati ISPRA, il 5,7% della raccolta indifferenziata è ogni anno costituita da indumenti usati, corrispondenti a 663 mila tonnellate destinate a discarica o inceneritore.

Al momento nulla è cambiato ma se davvero si attuasse in ogni comune la raccolta differenziata, rimarrebbe il problema di come gestire in modo efficiente e sostenibile tali rifiuti.

Se da un lato, infatti, la raccolta differenziata è necessaria per far sì che tali rifiuti non finiscano direttamente in discarica, dall’altro occorre adottare soluzioni per avviare gli indumenti a destinazioni circolari, anche diverse dalla vendita second-hand, quali il riciclo meccanico/chimico della fibra e l’upcycling.

E non è una soluzione semplice. Gli indumenti, a differenza di altre tipologie di rifiuti, sono disomogenei: esistono molti materiali, lo stato e la qualità possono essere molto diversi per ogni capo e ci sono componenti non tessili (cerniere, bottoni etc).

Questa complessità fa sì che non ci possa essere una soluzione unica per riutilizzare/riciclare questa tipologia di rifiuti.

Due esempi: un maglione tarmato, di composizione 100% lana potrà essere riciclato meccanicamente per fare del filato rigenerato ma non potrà essere rivenduto in un negozio second-hand; una gonna a ruota anni ’50, a composizione mista, è perfetta per un negozio vintage se non ha difetti o ideale per l’upcycling se ha solo una piccola macchia irremovibile.

Da qui capiamo che occorre trovare un modo per individuare e registrare ogni caratteristica del capo (colore, stato, materiale, tipologia etc) per far in modo che sia valorizzato e trovi la giusta destinazione.

Se vogliamo davvero una transizione verso un’economia circolare, non è più pensabile, quindi, suddividere gli indumenti solo in base alla qualità e destinarli esclusivamente alla rivendita e all’esportazione.

Occorre, infatti, pensare a tutte le possibili destinazioni di questa tipologia complessa di beni e trovare la soluzione per gestirli dopo la raccolta, in modo tale che trovino la miglior destinazione anziché finire in una remota discarica.

In altri termini, occorre far sì che gli indumenti post-consumo tornino a essere una risorsa, valorizzandone le diverse caratteristiche e pensandoli come potenziale materia prima per attività circolari.

Qualcosa si sta muovendo. Nell’ambito del PNRR, il Mite ha stanziato 600 milioni per “progetti faro” di economia circolare che prevedono il miglioramento della gestione della raccolta, la digitalizzazione della filiera e l’avvio al riciclo, ponendo l’ambizioso obiettivo del recupero del 100% della frazione tessile, attraverso i c.d. Textile Hubs.

Noi un progetto ce lo abbiamo. Ve ne parleremo 🙂

– Sara Secondo –

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